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Roberto Mancini: il gemello del gol con il numero 10
Roberto Mancini: il gemello del gol con il numero 10

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Roberto Mancini: il gemello del gol con il numero 10

Roberto Mancini è riuscito nella non facile impresa di riportare entusiasmo attorno alla Nazionale di calcio, da quando ne è alla guida. Dopo le rovine di Ventura, non era semplice risollevare un movimento, ma soprattutto ricreare quel senso di appartenenza che da sempre caratterizza l’Italia ai suoi tifosi. 

Di certo era pressoché impossibile fare peggio, ma il Mancio si è dato sin da subito un obiettivo importante: riportare col gioco, classe e fantasia la Nazionale nel posto in cui le compete da sempre, ovvero tra le migliori. In soli due anni ci è riuscito, perché Mancini è così: da sempre il suo nome è sinonimo di qualità. Da quando faceva le fortune di Bologna, Sampdoria e Lazio.

Delle tre, sicuramente l’esperienza più significativa rimane quella blucerchiata. Gli anni dei “gemelli del gol”Mancini e Vialli, rispettivamente il numero 10 e il bomber numero 9.

Ripercorriamo la storia di Roberto Mancini, considerato uno dei migliori centrocampisti offensivi della storia del calcio italiano.

Gli inizi di Roberto Mancini

Roberto nasce a Jesi il 27 Novembre 1964. Sin da subito mostra le sue doti fuori dal comune con la palla tra i piedi. Il padre, Aldo, si rende conto immediatamente del talento del figlio ed è lui a spronarlo ad andare avanti. In oratorio è il più bravo di tutti: dribbla, segna e già all’età di 6 anni si ritrova sulle spalle la mitica maglia numero 10, quella dei fuoriclasse. Da Pelè a Maradona, tutti i più grandi del calcio portavano quel numero addosso: un tratto distintivo del campione.

Roberto Mancini ha appena 13 anni quando viene notato dagli osservatori del Bologna. Papà Aldo, firmerà come tutore il contratto con i felsinei: 90 mila lire come rimborso spese. Dopo soli 3 anni, suo figlio debutterà in Serie A, il campionato più importante al mondo.

Lo stesso Mancio, nel suo sito, ne ricorda ancora l’emozione:

“L’allenatore Radice – cercando un sostituto per un infortunato della prima squadra e non reperendo Marco Macina a scuola – convocò me. Ricordo la sensazione dello stare nello stesso ambiente dei grandi campioni. Di quei giocatori che avevo visto allo stadio quando papà mi portava a vedere le partite. Sentivo che forse il mio sogno poteva realizzarsi, avevo qualcosa di diverso dagli altri ma non bastava: dovevo avere la testa, la determinazione, la volontà.”

Roberto Mancini sul suo esordio, sul sito robertomancini.com

Proprio qui risiede la differenza tra un semplice talento e un campione: Roberto ha classe d vendere, ma sa che per sfondare in campionato e rimanerci deve impegnarsi a fondo. I compagni di allora lo descrivono come un ragazzo introverso, educato, con molta voglia di imparare. 

Il primo anno in serie A1981/1982 si chiuderà con 30 presenze e 9 gol, un’eternità per un sedicenne. Roberto Mancini diventa un pezzo pregiato di mercato.

La lunga storia d’amore di Roberto Mancini con la Sampdoria

Nonostante un campionato stratosferico, il Bologna non riuscirà ad evitare la retrocessione. Il destino però ha in serbo un altro percorso per Roberto: su di lui si fionda la Sampdoria del presidente Mantovani che, pur di averlo in rosa, esborserà la clamorosa cifra di 3 miliardi di lire più il cartellino di 4 giocatori (Galdiolo, Roselli, Brondi e Logozzo).

“Incontrai per la prima volta il Presidente in Costa Azzurra (dove lui trascorreva le vacanze estive) accompagnato dal capitano della Samp, avevo 16 anni ma il feeling con il Presidente fu immediato, era un uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, un “faro” ed una fonte di ispirazione.”

Roberto Mancini sul Presidente Mantovani, su robertomancini.com

Il rapporto tra Roberto Mancini e il Presidente Mantovani andrà ben oltre il calcio. Roberto, infatti, non sarà solo il suo pupillo calcistico, ma diventerà come un figlio. L’affetto e la stima saranno però reciproche. Roberto troverà un secondo padre, un vero e proprio punto di riferimento.

La prima rete ufficiale con la Sampdoria (nonché la prima in carriera in Coppa Italia) il 1º settembre 1982 al 63′ di Sampdoria-Brescia dopo essere subentrato all’inizio del secondo tempo a Rosi. Fa il suo esordio con la maglia blucerchiata in campionato, partendo tra gli 11 titolari, nella gara Sampdoria-Juventus 1-0 il 12 settembre 1982.

Da li saranno 15 anni di amore puro, dove collezionerà trofei nazionali e internazionali, facendo innamorare i tifosi blucerchiati. Al suo fianco, il compagno perfetto: Gianluca Vialli. I due troveranno sin da subito un’intesa perfetta, tale da denominarli “i gemelli del gol”.

Se Gianluca era il bomber, Mancio dalla sua era la grazia e la fantasia del numero 10: oltre ai gol, collezionava una gran quantità di assist di pregevole fattura, la maggior parte dei quali proprio al compagno di reparto.

I trofei in blucerchiato di Roberto Mancini

Il primo trofeo è la Coppa Italia 1984/1985 ottenuta grazie alla doppia vittoria nella finale contro il Milan. Sotto la guida tecnica di Boskov, arrivato a Genova nell’estate del 1986, vince uno scudetto nel 1990-1991:

La squadra era pronta al primo scudetto: volevamo essere la storia di quel Club. Ricordo in modo lucido il momento in cui compresi che era il nostro anno: in aereo, durante il viaggio di ritorno da Napoli, subito dopo la vittoria per 4-1 conquistata contro il Napoli di Maradona. I napoletani a fine partita erano in piedi ad applaudire la Sampdoria. In quel momento compresi che potevamo vincere il campionato di Serie A. Fu la vittoria dell’amicizia e del lavoro di tutti. 

La “Vittoria” è il frutto di un’alchimia che permette la coesistenza di più elementi, tutti essenziali…

Roberto Mancini sul primo Scudetto, su robertomancini.com

Arriveranno ancora altre 2 Coppa Italia: nel ’88 e ’89 e una Supercoppa Italiana nel 1991 ai danni della Roma grazie ad una sua rete al 75′. Con Sven Goran Eriksson sulla panchina blucerchiata arriva la quarta Coppa Italia (’94).

Sul versante europeo la Sampdoria di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta è tra le maggiori protagoniste: dopo essere stata sconfitta in finale dal Barcellona nella Coppa delle Coppe ‘89 si aggiudica la stessa Coppa nell’edizione successiva,quando la Sampdoria ha la meglio in finale sull’Anderlecht per 2 a 0. Nella stagione 1991-1992 Mancini e la Sampdoria disputano la terza finale europea in quattro anni: stavolta però è in palio il massimo trofeo continentale, la Coppa dei Campioni. La Sampdoria viene sconfitta ai supplementari ancora una volta dal Barcellona, che si impone per 1-0 grazie a una rete di Koeman al 112′.

Quella partita rimane il mio unico, vero rimpianto. Un dolore forte: sapevamo che alla Samp quella sarebbe stata “la nostra prima e ultima occasione”

La fine di un ciclo

“Dopo la finale della Champions era finito un ciclo. Il Presidente Mantovani, che era uno molto avanti, comprese che doveva vendere alcuni campioni per finanziare un’altra grande Sampdoria acquistando in quel momento giovani promesse. L’estate del 1993 iniziò il suo progetto. Ricordo una telefonata: vedevo partire tutti, così gli dissi “Presidente vado via anch’io perché senza i compagni come possiamo vincere…”. 

La sua reazione, dopo avermi mandato a “quel paese” ed appeso il telefono fu l’acquisto di 4 giocatori come Platt, Jugovic, Gullit ed Evani. Avrebbe venduto tutti, ma non me. Ed io non potevo andare in un Club diverso da quello di Mantovani. Poi accadde l’imprevedibile… Il Presidente Mantovani non ebbe il tempo ed il modo di realizzare il suo progetto: il 14 ottobre 1993 un grande uomo lasciò questa vita.”

Roberto Mancini sugli ultimi anni alla Sampdoria, su robertomancini.com

Mancini guiderà le nuove promesse per altri 4 anni, senza però riuscire a ripetere i successi degli anni precedenti. Senza il “gemello” Vialli, accasatosi alla Juventus, e senza il secondo padre, Roberto vedrà un ulteriore crescita come uomo, per senso di responsabilità. Sarà lui la bandiera del club.

Ogni storia d’amore ha però la sua fine e per Roberto Mancini, il momento di dire addio all’amata Sampdoria avviene nell’estate del 1997, quando irrompe la Lazio.

Chiuderà, dopo 15 anni la sua esperienza alla Samp, di cui è il recordman di presenze e reti, avendovi disputato 566 partite segnando 173 gol.

La grande sfida di Roberto Mancini con la Lazio

Uscire dalla zona confort non è mai una scelta semplice. A Genova Roberto era ormai un idolo indiscusso della tifoseria. Aveva vinto tanto, mettendo la firma in tutti i successi della squadra, di cui ormai ne rappresentava un simbolo. Se a questo aggiungiamo anche l’età non più giovane di 32 anni per un calciatore, emblematica diventa dunque la voglia di Mancini di cimentarsi in una nuova sfida. Dimostrare, ancora una volta, di non essere finito e ambire ancora a vincere trofei importanti.

C’era stato un incontro anche con Moratti ed un’ipotesi Inter superata dalla velocità e tempestività di Cragnotti. L’incontro con il Presidente della Lazio a Milano fu importante, voleva vincere e sentivo che avrei potuto chiudere la mia carriera di calciatore conseguendo altri trofei. Decisivo nella scelta Lazio fu la prospettiva di un allenatore come Sven Goran Eriksson

Arrivai a Roma a 32 anni, tutti pensavano la mia carriera fosse già finita, invece si aprì un ciclo di vittorie del quale fui protagonista assieme all’allenatore Eriksson, ad Attilio Lombardo e a campioni del calibro di Juan Sebastián Verón e Sinisa Mihajlović. Arrivò il mio secondo scudetto, la mia seconda Coppa delle Coppe, battemmo il Manchester United e ci aggiudicammo la Supercoppa Europea. Portammo a casa due Coppe Italia e una Supercoppa di Lega.

Roberto Mancini sugli anni alla Lazio, su robertomancini.com

Chiuderà la sua esperienza in biancoceleste, amatissimo dai tifosi, con 87 presenze e 15 reti. Memorabile il suo gol di tacco al volo, su azione da calcio d’angolo, in una sfida col Parma del 16 gennaio 1999 (1-3 per la Lazio) e i gol siglati nel derby della Capitale, un vero e proprio marchio di fabbrica.

La chiusura di una carriera straordinaria

Il 14 maggio 2000, a 35 anni, gioca l’ultima partita con la maglia biancoceleste all’Olimpico. Nove giorni dopo, l’annuncio ufficiale: Roberto Mancini dice addio al calcio giocato. Per lui arriva l’incarico di viceallenatore della Lazio. Leader in campo, gli viene data subito tale opportunità per meriti sportivi ed umani.

Tuttavia, il richiamo delle sirene del pallone è forte e Mancini si concede un’ultima passerella: il 18 gennaio 2001 torna sui suoi passi firmando un contratto semestrale da giocatore con il Leicester City. La sua permanenza in Inghilterra dura tuttavia solo un mese, nel corso del quale ha modo di scendere in campo con la maglia dei biancoblu in 4 partite di Premier League e 1 di FA CUP, le ultime della sua carriera di calciatore, senza siglare reti: il 22 febbraio 2001 appende definitivamente gli scarpini al chiodo una volta ricevuta la possibilità di allenare la Fiorentina.

La seconda vita di Roberto Mancini 

Non sempre nel calcio chi veste i panni di campione riesce poi a ricalcare le stesse orme nelle vesti di allenatore. Questo però non è decisamente il caso di Roberto Mancini che vincerà praticamente in qualunque panchina, vincendo titoli nazionali con Inter e Manchester City, due piazze che attendevano il titolo da molti decenni. Dopo l’esperienza in Russia, il richiamo del belpaese è stato nuovamente forte. Mancini ha accettato la panchina dell’Italia, pur con uno stipendio inferiore al suo, pur di risollevare le sorti di movimento in crisi.

L’unico neo della sua carriera, oltre che la finale di Champions persa con la Sampdoria, è stato sicuramente non aver avuto la possibilità di dimostrare tutto il suo valore con la maglia della Nazionale, più per colpa di altri che per demeriti suoi. 

Proprio questo conto in sospeso nei confronti della maglia azzurra, lo ha portato ad accettare questa sfida impegnativa, ma emozionante:

Non è banale diventare Ct della Nazionale. Sono orgoglioso di allenare la Nazionale, per me che ho messo per la prima volta piede a Coverciano nel 1978 con l’under 14. Un grazie va a tutti gli allenatori che ho avuto, ma soprattutto ai miei genitori. Penso e spero che possano essere orgogliosi di me.

Roberto Mancini in conferenza di presentazione come ct Nazionale italiana calcio

In realtà è tutta la Nazione ad esser orgoglioso di lui: più che per il gioco, per l’entusiasmo e la professionalità, per i valori che trasmette soprattutto ai giovani.

Grazie Mancio,

il gemello del gol col numero 10


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