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Thierry Henry: Signore e Signori, Madame et Monsieur, ecco a voi Titì
Thierry Henry: Signore e Signori, Madame et Monsieur, ecco a voi Titì

Sports Legends

Thierry Henry: Madame et Monsieur, ecco a voi Titì

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano a dire il vero, in cui un giovane calciatore francese, passato di sfuggita dal nostro campionato come un genio incompreso, ha riscritto la storia di uno dei più storici club della Premier League, ovvero l’Arsenal Football Club

Talmente importante da diventarne praticamente leggenda: miglior marcatore di tutti i tempi con 229 gol tra il 1999 e il 2007miglior cannoniere in campionato con 174 retimiglior goleador della squadra in competizioni Uefa (42). Eppure, non sono tanto i numeri, di per sé strabilianti, a lasciarne un ricordo indelebile, quanto la classe, la velocità, la visione di gioco e la strapotenza fisica.

Nel frattempo, aveva già vinto un Europeo Under-18 e Mondiale con la sua Nazionale, con la quale conquisterà ancora un Europeo e una Confederations Cup, divenendone il miglior marcatore di tutti i tempi con 52 reti, davanti a un certo Michel Platini.

Un’altra leggenda dei Blues, Zinedine Zidane ha detto di lui:

“L’attaccante più forte con cui ho giocato? Mi viene in mente Henry. Come secondo? Thierry Henry. Il terzo? Dico Titì.” 

Zinedine Zidane su Thierry Henry

Signori e signore, madame et monsieur, ecco a voi Thierry Henry, semplicemente Titì.

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Gli inizi di Thierry Henry

La storia di Henry ha origini lontane. I suoi genitori, Maryse ed Antoine Henry provengono dalle Antille Francesi, rispettivamente dalle isole di Martinica e Guadalupa: qui, a La Désirade c’è ancora la capanna di nonno Teka. Trasferitisi in Francia, daranno alla luce il piccolo Henry il 17 agosto 1977 a Les Ulis, distretto povero parigino.

Il padre lo svezza quasi subito col calcio, intravedendone doti al di sopra di qualsiasi altro bambino:

“Avevo cinque anni: era una domenica mattina, stavo sotto casa con mio padre. A un certo punto mi fa: “Dai, Titì, tirami in porta”. Ho cominciato a tirare i rigori e mi piaceva tanto quel gioco nuovo. Non ho più smesso

Henry sulla sua infanzia

La qualità che risaltava più agli occhi di chi lo osservava era senz’altro la velocità, con o senza pallone tra i piedi:

“Un giorno un tizio mi vede e mi chiede di passare all’atletica. “Ragazzo, tu potresti primeggiare nei quattrocento metri. Perché non ci pensi su e mi richiami”. Grazie, ma meglio il pallone. Sognavo di imitare Van Basten”

Henry sulla sua infanzia

Tuttavia, il rapporto di Thierry col padre è duro, come racconterà egli stesso:

“Un giorno la mia squadra vinse 6-0. Io segnai tutti e sei i gol. Corsi da mio padre Antoine: papà, papà, hai visto come sono stato bravo? E lui, gelido: “sì, ma non hai giocato affatto bene”.

Mi urlava dietro, mi sgridava anche se non avevo fatto niente di male. La cosa più difficile del mondo, da ragazzino, era gestire la pressione che mio padre mi metteva addosso. Non era mai contento, non gli bastava mai”

Henry sulla sua infanzia

Nella stessa partita, però era presente pure Arnold Catalano, osservatore del Monaco, che rimane talmente strabiliato dalla performance del piccolo Henry, da fargli firmare a fine partita un precontratto per la squadra monegasca. Inizia così la carriera di Titì.

Monaco Nazionale: i primi successi di Thierry Henry

Al Monaco trova come allenatore delle giovanili colui che diverrà il suo padre calcistico: Arsène Wenger. Quest’ultimo capisce sin da subito il potenziale che si trova davanti e lo alterna ora come centravanti puro, ora come ala esterna. È qui, infatti, che il giovane Henry può dar sfoggio della sua arma letale: la progressione e gli scatti in velocità che lasciano indietro gli avversari. 

A soli 16 anni debutta in Ligue 1 nel 1994 e colleziona, nella sua prima stagione 8 presenze condite da 3 gol. Ciò che stupisce di più è la sua apparente freddezza: sembra quasi che non avverta la pressione di doversi confrontare con professionisti molto più esperti di lui.

Il biennio 1996/1997 per Henry rappresenta il periodo della prima ribalta. Dapprima vince da protagonista l’Europeo Under-18 giocato in casa, trascinando i suoi compagni a suon di gol, compreso quello in finale contro la Spagna; quindi l’anno successivo vince il suo primo campionato con la maglia del Monaco. 

Sotto la guida di Jean Tigana, il giovane Henry si fa sempre più strada, fra gol, assist e giocate fuori dal comune. Ad affiancarlo, un’altra giovane promessa francese che farà parlare di sé negli anni a seguire: David Trezeguet.

Il 1998 rappresenta, invece l’anno della definitiva consacrazione. In Champions League porta il Monaco sino alle semifinali, dove vede il sogno infrangersi al cospetto della Juventus. Le sue 7 reti lo piazzeranno al secondo posto della speciale classifica cannonieri della massima competizione, dietro al solo Del Piero con 10 gol. Tali prestazioni gli valgono, ancora 21enne la convocazione per il Mondiale 1998, giocato in Francia. 

Qui, davanti al suo paese, darà un importante contributo con 6 presenze e 3 reti alla vittoria del titolo iridato. Thierry Henry, dal piccolo sobborgo di Les Ulis, è campione del Mondo.

Col titolo addosso, si chiude pure la sua esperienza nel Principato di Monaco: 105 reti e 20 gol per colui che non è più una giovane promessa, ma una bella realtà del calcio francese. La serie A lo attende, nella fattispecie la Vecchia Signora.

La breve parentesi alla Juve di Thierry Henry

L’esperienza in Italia del giovane campione sarà però fugace e priva dei suoi lampi di genio. Arrivato un po’ a sorpresa nel mercato di gennaio per sostituire l’infortunato Alex Del Piero, Thierry Henry dovrà vedersela con una delle annate peggiori della storia bianconera.

Dapprima le dimissioni di Marcello Lippi, che insieme a Moggi ne aveva avallato l’arrivo. Dunque, lo scarso feeling con il nuovo tecnico, Carlo Ancelotti, che qualche anno più tardi farà mea culpa sulla gestione del talento francese: 

Su Henry ho preso una cantonata: lo consideravo un giocatore di fascia, non mi sono accorto che era invece un fortissimo centravanti, né lui mi ha mai detto che ne fosse capace”

Carlo Ancelotti su Henry

Henry cerca di adattarsi a fatica nel ruolo di centrocampista esterno nel 3-5-2 ancelottiano: in fase difensiva si ritrova a fare le veci del quarto difensore di fascia. Quando la squadra avanza è, invece, il terzo attaccante esterno. Le energie sprecate per fare tutto il campo ne appannano lucidità e doti realizzative. La stampa lo critica; il presidente Agnelli pure.

Viene considerato ancora acerbo per una grande squadra. In estate arriverà di colpo la rottura: Moggi dapprima lo conferma; successivamente lo offre come contropartita all’Udinese nella trattativa che porterebbe Marcio Amoroso alla Juventus. Per Henry è troppo. Sente lesa la fiducia e non può sopportare tale affronto. Decide di partire, ma alle sue condizioni:

“Moggi voleva fare un affare offrendomi come merce di scambio e credo non sia stato rispettoso nei miei confronti ciò che fece. Posso anche accettare una scelta diversa, ma non la presa in giro. Non puoi confermarmi e propormi agli altri alle mie spalle. Non fosse per lui, sarei rimasto alla Juventus”.

Henry sul suo addio alla Juve

Ad agosto arriva, come un fulmine in una piovosa giornata di fine estate, la chiamata del suo mentore, Arsène Wenger, nel frattempo accomodatosi sulla panchina dell’Arsenal: Henry non ci pensa due volte. Vola a Londra e firma per i Gunners. 

Non può nemmeno lontanamente immaginare che quel contratto rappresenterà la svolta della sua carriera e un segno indelebile nella storia del club. 

Thierry Henry alla corte di Wenger

Henry si ricongiunge a Londra col suo mentore che lo aveva forgiato a Monaco. Il tecnico francese non ha alcun dubbio su quale debba essere la posizione in campo di Titì. Addio alla fascia, che ne aveva fatto le sue sfortune a Torino. Henry verrà messo al centro dell’attacco, da centravanti puro. 

Thierry prova a fidarsi del suo allenatore anche se l’inizio si dimostrerà parecchio difficile. I primi due mesi, schierato sempre titolare, non portano nemmeno ad un gol e la stampa, insieme ai tifosi, inizia a rumoreggiare su quell’acquisto di 30 miliardi. 

Arsène, però, è totalmente convinto della sua scelta. Del resto, anche nelle giovanili aveva ricoperto il ruolo di punta centrale e adesso, dopo tutte le esperienze accumulate, era giunto il momento di esplodere definitivamente come goleador: 

“Thierry Henry potrebbe prendere palla in mezzo al campo e segnare un gol che nessun altro al mondo potrebbe segnare. Segnerà”.  

Arsène Wenger su Henry

Mai parole furono così azzeccate. Ad ottobre inizia a segnare e non finirà più: 17 gol la prima stagione in campionato. Si aggiudicherà per ben due volte la Scarpa d’Oro (2004 – 2005).

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Nel 2003/2004 l’anno d’oro: 30 gol in campionato, suo record personale in una stagione, che varrà il campionato (dopo quello del 2002) storico, quello degli “Invincibili”. I Gunners, infatti, si laureeranno campioni d’Inghilterra, senza perdere nemmeno una partita.

Nella stagione 2005/2006 trascina la squadra fino alla finale di Champions League contro il Barcellona. Epico il suo gol contro il Real Madrid, al Bernabeu, dopo una serpentina lungo il campo. In finale, dopo la rete di Campbell al 37‘, la gloria sembra ad un passo, ma nel quarto d’ora finale del match Eto’o e Belletti mettono fine ai sogni di vittoria dell’Arsenal e di Henry, la cui storia d’amore appare vicina alla conclusione dopo ben 8 anni.

I trofei di Henry col Barcellona

Ogni favola ha il suo lieto fine e quella di Henry con l’Arsenal non può esserne da meno. I due si separano, dopo 8 anni indimenticabili, ma non sarà il definitivo addio. Henry ha voglia di nuove sfide, ma soprattutto vuole provare a vincere quella Champions soltanto accarezzata.

Il Barcellona ne approfitta e lo acquista, formando con Eto’o e Messi uno dei più forti attacchi blaugrana di sempre. Per capire l’aura di leggenda che avvolgeva Titì, sono abbastanza indicative le parole di Lionel Messi: 

“Sapevo ogni cosa di lui. Sapevo cosa aveva fatto in Inghilterra e all’improvviso me lo sono trovato in squadra. Per Titì provavo e provo una sorta di ammirazione. Il primo giorno che è arrivato nello spogliatoio non ho osato guardarlo negli occhi.”

Messi su Henry

Il suo ruolo, nell’economia della squadra, cambia però drasticamente. Da prima donna e assoluto solista qual era a Londra, adesso diventa un bellissimo ingranaggio di una squadra piena di stelle. Il suo apporto è meno imprescindibile, rispetto agli anni precedenti, ma contribuisce ugualmente al raggiungimento degli obiettivi.

Con il Barca conquista il campionato spagnolo e, soprattutto, l’agognata Champions League battendo in finale il Manchester United, avversario di tante battaglie in Premier League. Successivamente arrivano anche la Supercoppa Europea, la Supercoppa di Spagna e il Mondiale per club.

Dopo 3 anni, 35 gol in 80 presenze e, cosa ancor più importante, dopo aver conquistato gli ultimi titoli di club che gli mancavano, Titì decide che l’avventura in Spagna e in generale col calcio che conta in Europa è arrivata al capolinea. 

33 anni arriva la decisione di provare un’esperienza totalmente diversa. Accetta infatti la proposta dei New York Red Bulls.

Le ultime perle di Thierry Henry

In America arriva con gli allori di una Star. Si prende tutte le copertine e l’amore incondizionato dei supporters d’oltreoceano.

Qui, qualunque altro calciatore si sarebbe goduto il meritato relax di fine carriera, in un campionato poco probante senza pressioni. Ma Thierry Henry non è questo tipo di giocatore. Per lui il calcio è sempre stato divertimento, magia, competizione. Siglerà, infatti, 51 reti nella sua avventura americana, molti dei quali di pregevole fattura.

Su tutti, uno in particolare: quello siglato ai canadesi del Montreal Impact l’8 Maggio 2013Rovesciata perfetta e rete numero 400 da professionista. Come a voler sugellare, ancora una volta, con un marchio di fabbrica uscito dal cilindro una carriera ineguagliabile.

Come detto però, Titì aveva lasciato un conto in sospeso. Le favole, come detto, pretendono un lieto fine. L’addio ai Gunners, dopo la sconfitta in Champions, non era la giusta conclusione di un’avventura storica.

Così, nel 2012 la sua squadra americana accetta il prestito temporaneo di Thierry all’Arsenal per evitare che lo stop della MLS comporti un calo di condizione fisica. Alla vigilia dell’Epifania è già ad Heathrow, prende la numero 12, indossata sempre con Les Blues, perché la “sua” 14 è adesso sulle spalle di Theo Walcott.

Quattro giorni dopo è in campo in FA Cup contro il Leeds. Subentra a Chamakh al 68’ tra gli applausi scroscianti dell’Emirates. Il risultato è fermo sullo 0 a 0. Dieci minuti più tardi Alex Song taglia la linea di difesa e serve proprio Henry, che partito sul filo del fuori gioco, punta la porta, apre un piatto sul secondo palo e segna. Un copione già scritto

Doveva essere Thierry Henry, questo copione era già stato scritto. Doveva andare per forza così.” 

telecronista Arsenal – Leeds / FA CUP al gol di Henry

Gol numero 229, la storia ha trovato il suo lieto fine. Proprio nella nuova casa dell’Arsenal, l’Emirates Stadium. Dove fuori, in una delle sue più famose pose di esultanza, vi è una statua, raffigurante una leggenda dei Gunners: Thierry Henry.

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Mia figlia Tea, vedendo la mia statua davanti lo stadio mi disse:” Papà, ma questo sei tu… Perché ti hanno fatto questa cosa? Mica sei morto”. Io in quel momento sorrisi, e non dissi nulla. Dietro di me, c’era Arsene Wenger che sentì tutto. Si avvicinò a Tea e disse: “Tuo padre per noi non morirà mai. È come un supereroe da queste parti. Questa cosa è stata fatta perché lui ha reso felici tante persone. Devi volergli bene, come tutta questa gente che è intorno a noi”. Io fui sorpreso da quelle parole, mia figlia invece tirò fuori un sorriso a 32 denti, mi abbracciò e disse: Papà, sei il mio Superhero, che bello”

Henry sulla statua in suo onore davanti lo stadio dell’Arsenal

Proprio così. Thierry Henry. Il supereroe francese dell’Arsenal. 

Semplicemente Titì.


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